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Carol Chermaz: il cervello in fuga volato a Edimburgo per studiare l’udito

La triestina Carol Chermaz lavora ad un algoritmo per aiutare chi sente poco

Carol Chermaz: il cervello in fuga volato a Edimburgo per studiare l'udito

Immaginate di essere a una festa parecchio affollata, con la musica a tutto volume, circondati da gente che parla ad alta voce. Nonostante la confusione, però, riuscite comunque a concentrarvi sull’unica voce che volete sentire – magari l’amico che vi sta facendo una confessione, o il vostro partner che dalla cucina vi chiede se avete portato tutto a tavola.

Questa capacità, piuttosto utile a dire il vero, del cervello di azzerare il rumore circostante e focalizzarsi su specifiche persone che vi stanno parlando viene chiamata dagli scienziati effetto cocktail party. È una funzione che molti di noi danno per scontata, ma per le persone che usano apparecchi acustici anche il minimo suono incongruo può rappresentare una fonte di disturbo.

Carol Chermaz è il classico esempio di cervello in fuga. Laureata in Informatica all’Università di Trieste, dopo diversi anni di lavoro all’Ospedale Maggiore come precaria, ha lasciato la sua terra d’origine per spostarsi in Scozia.

Fare il tecnico del suono alla Casa della Musica ha sicuramente aiutato Carol a centrare l’obiettivo del suo lavoro: far si che i suoni arrivino, chiari e distinti alle persone con problemi d’udito.

Pensavo di continuare con gli studi in ambito informatico, ma poi ho avuto la fortuna di trovare un posto di dottorato finanziato della Commissione Europea tramite i fondi “Horizon 2020”.

Dal settembre 2018 Carol lavora come ricercatrice nel “Centre for Speech Technology Research” (Centro per la Ricerca sulle Tecnologie Vocali) dell’Università di Edimburgo, centro specializzato in riconoscimento del parlato e produzione di voce sintentica.

A Trieste, Carol ha maturato anche un’esperienza, rivelatasi utilissima, al reparto di audiologia pedriatica presso l’I.R.C.C.S. materno infantile Burlo Garofolo: lì ha imparato cosa significa la perdita uditiva dal punto di vista medico, e quali sono le protesi che si possono utilizzare. Ha visto anche cosa significa questo problema dal punto di vista umano, e quali sono le difficoltà che incontrano gli utenti. Una cosa le è stata subito chiara: avrebbe potuto impiegare le proprie conoscenze per cercare di fare dei passi avanti in questo campo.

Chermaz fa parte del gruppo di ricerca Enrich, iniziativa internazionale il cui obiettivo è creare tecnologie per facilitare la comunicazione verbale, in particolare per le persone affette da perdita uditiva o vocale.

Quello di cui mi occupo io in particolare, è rendere la voce più intelligibile quando questa viene riprodotta su un dispositivo elettronico come la TV o la radio.

Chermaz ha sviluppato un algoritmo per raggiungere questo obiettivo aggiudicandosi una gara internazionale, l’Hurricane Challenge 2.0, organizzata da quattro istituti di ricerca, per la quale sono stati arruolati più di 180 ascoltatori di lingue diverse (inglese, spagnolo e tedesco), con 9 algoritmi creati da gruppi di ricerca internazionali.

Il prossimo passo?

Capire quale beneficio si potrà ottenere per gli utenti con protesi acustiche. Il mio obiettivo è rendere a voce più accessibile per tutti. Per questo è necessario testare le tecnologie in condizioni realistiche ma anche sensibilizzare sul tema.

Un buono sviluppo dell’udito e del linguaggio parlato dipendono sia dall’orecchio sia dal cervello, che deve imparare a processare stimoli sconosciuti. In caso di deprivazione sensoriale, come nei bambini nati non udenti, alcune aree cerebrali vengono influenzate dalla mancanza di segnali uditivi e possono essere reclutate per processare stimoli di natura diversa provenienti dal mondo esterno

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