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L’acufene? Sono stati due anni difficili, un incubo salire sul palco.

Nel mondo sono circa 360 milioni le persone affette da deficit uditivi. Tra queste cantautori, compositori e chitarristi che a causa dell’esposizione costante ai volumi alti soffrono di sordità parziale o acufene.

L’acufene? Sono stati due anni difficili, un incubo salire sul palco

Il tour di «Prisoner» è arrivato ai sold out nei palazzetti partendo da Modena con una nuova serie di concerti: uno spettacolo assurdo che non riesco a decifrare. È molto teatrale, verrebbe da dire musical ma è altro. Mi alzo in volo sul palco…

Il concetto è quello dell’album, libertà e prigionia. Nella prima parte ci sono i brani del nuovo disco: siamo prigionieri sul palco con dei corvi-carcerieri che ci tengono nel mirino di fucili-chiave. Nella seconda parte c’è l’evasione e le canzoni del repertorio.

Prisoner è un disco nato da un momento di difficoltà. Alla fine del tour precedente Michele si è accorto di soffrire di acufene, un fischio continuo nell’orecchio. Non esiste cura e pensava di portarselo sempre con se. Non poteva più ascoltare musica in cuffia. È andato in crisi: il suo corpo era la sua prigione. Sono stati due anni difficili, per questo ne è nato un disco cupo e oscuro.

Non è stato facile accettare il destino. Caparezza faceva incubi legati ai concerti. Ha sognato di dimenticare tutta la scaletta. Uno della band lo tranquillizzava:

Nessun problema, i testi li trovi sul pianoforte.

Ma Michele non suona il piano!

È arrivata la prova palco. In occasione della prima data si è annullato tutto. È stato come ritrovare una persona che hai lasciato per un lungo periodo. Caparezza ha ancora paura, sul palco continua a manovrare i volumi dei monitor che ho nelle orecchie. Però quella dimensione tira fuori la parte di se che non ha nella vita: il sorriso.

Quella dell’essere incompreso è una costante. «Vieni a ballare in Puglia», brano del 2008, ha avuto lo stesso destino da incompresa di «Fuori dal tunnel». Parla di morti sul lavoro, la suonavano nelle feste di piazza.

Non mi pongo il problema di come venga recepita una canzone. Faccio il disco che vorrei sentire da ascoltatore. Però la reazione fu fastidiosa. Qualcuno non la capì proprio e la prese come un pezzo spensierato. Altri la capirono ma la portarono su un altro livello: i quotidiani locali mi davano del menagramo a casa nostra.

Parola di Michele Salvemini, in arte Caparezza.

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