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L’handicap della sordità nel mondo del lavoro

La storia di Roberta che da anni si adegua alle richieste del mercato accettando lavori slegati dal suo percorso di studi e una progressiva revisione al ribasso delle sue mansioni. Fino al mobbing.

L'handicap della sordità nel mondo del lavoro

Roberta è sorda e dal suo punto di osservazione, ipocrisie e storture del mondo del lavoro italiano risaltano in tutta la loro ferocia. Ce le racconta con la durezza di chi ha imparato a riconoscere il pregiudizio al primo sguardo, alla prima esitazione, alla prima frase di circostanza.

La sua storia è lo specchio di un mondo capovolto dove la raccomandazione diventa un modo per stare a galla in assenza di regole che garantiscano il rispetto di diritti sanciti dalla legge e l’handicap si aggiunge come una beffa a barriere d’ingresso troppo alte, processi di selezione indecifrabili, situazioni contrattuali esasperanti. Questa la sua testimonianza.

Sono diventata sorda profonda all’età di due anni. I miei genitori non si sono persi d’animo. Dopo una diagnosi definitiva a Londra si sono rivolti al Policlinico di Milano per la rieducazione al linguaggio orale. Sei faticosissimi anni di rieducazione con protesizzazione immediata mi hanno permesso di parlare come una persona “normale”.

Ma è proprio la ricerca della normalità che mi ha fregato.

Presa la maturità di Ragioneria, ho deciso di continuare gli studi. Mio padre era convinto che nonostante le difficoltà fossi in grado di studiare cose nuove. Mi sono laureata nel ’92, poi ho superato l’esame di Stato per l’abilitazione alla professione di farmacista.

Mi piaceva il contatto con il pubblico anche se può sembrare strano per una sorda, desideravo lavorare in farmacia o in alternativa fare l’informatore scientifico del farmaco. Ho fatto diversi colloqui con titolari di farmacie e con varie aziende farmaceutiche senza esito.

Ad un anno di distanza dalla laurea, e solo attraverso una raccomandazione, ho trovato lavoro presso le Farmacie Comunali di Milano, con un contratto a tempo determinato di 6+6 mesi. Ho partecipato a diversi concorsi segnalando l’appartenenza alle categorie protette, in quanto invalida civile riconosciuta dalla commissione di Prima istanza della ASL di Milano. Ad ogni concorso venivo bocciata oppure ero fuori di 1 o 2 punti in graduatoria. Ho sempre avuto il sospetto che la segnalazione di appartenenza alla categoria mi avesse svantaggiato ma non volevo nascondere il mio handicap.

Finito il contratto a tempo determinato, sono rimasta a casa un anno, nel quale ho continuato a fare colloqui e concorsi. Per disperazione mi sono iscritta all’ufficio di collocamento obbligatorio che mi ha assegnato a un’importante industria farmaceutica. Avevo espresso il desiderio di imparare il mestiere di informatore scientifico, ma hanno ritenuto che non fossi adatta e mi hanno inserito nel Controllo qualità biologico. Con quale criterio?

Esiste un periodo di prova di 3 mesi, perché non mi hanno provato prima di inserirmi? Eppure nel Controllo qualità non avevo esperienza e aggiungo che non c’era lavoro da quando avevano eliminato le sperimentazioni sugli animali. Eravamo quattro colleghi e non c’era lavoro per tutti. Giravo i pollici per 8 ore. Diventavo matta.

Per caso ho partecipato a dei colloqui presso un’azienda che cercava categorie protette e sono stata assunta imparando un lavoro nuovo: le presentazioni in Power Point. Sono diventata Visual Communication Specialist. Dopo 9 anni mi sono resa conto che pur lavorando tanto non ero premiata per quello che davo e la tanto desiderata promozione non arrivava.

Ho inviato il cv a un’azienda che cercava categorie protette da assumere per legge e dopo quattro colloqui sono stata assunta. Mi avevano detto che i disabili venivano inseriti alla pari degli altri dipendenti seguendo gli stessi percorsi di carriera, ma era un’illusione. Dal 2006 al 2008 ho mantenuto le mie competenze, poi è cominciato il balletto degli spostamenti tra diverse sedi. Il lavoro che facevo prima è stato completamente cancellato.

Dal 2008 ad oggi sono stata relegata ai margini dei vari uffici, lavorando sempre meno. Nell’ultimo ufficio mi sono trovata di fronte a un capo fortemente maschilista, senza un briciolo di fiducia nei miei confronti. Ero l’unica donna. Ogni incarico veniva regolarmente affidato ai colleghi e a me rimaneva solo da inserire semplici dati riguardanti la rottamazione dei veicoli in un file Excel. Ora, per effetto della crisi, le rottamazioni sono calate paurosamente e mi ritrovo nuovamente a girare i pollici.

In questi anni ho dovuto rinunciare alla professione di farmacista per la quale mi ero laureata con orgoglio nonostante l’handicap e le difficoltà a livello sensoriale. Ora per “esigenze di servizio aziendali” mi ritrovo, una seconda volta, a non poter più svolgere la mansione per la quale avevo acquisito esperienza.

Penso di aver “obbedito” alla Fornero e mi sono adeguata a mansioni diverse dal mio piano di studi, semplicemente perché non potevo permettermi di rimanere disoccupata e pesare sulle spalle dei miei genitori. Ma in questa nuova veste ho trovato ottusità e ipocrisia tra i vari responsabili, la stessa ipocrisia che trovai nei primi tempi in cui cercavo lavoro.

In Italia manca quella cultura aziendale che permette ai disabili di esprimersi al meglio. Molto spesso siamo considerati un peso, senza capacità/qualità lavorative, semplicemente da infilare in un angolo a non fare niente, nonostante la crisi.

Nonostante la crisi ci sono persone considerate “un peso” sul posto di lavoro. E’ “civile” una società che lo permette?

A cura di Maria Serena Natale

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